Il Djembè

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02Il DjembèMichele MastrottoFonofficina

Il djembè, la cui origine risale a molti anni fa, è per le grandi possibilità sonore che può offrire uno degli strumenti africani a membrana più interessanti. E’ molto diffuso in tutta l’Africa occidentale, nelle zone d’influenza mandinga, come Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Conakry, Mali, Senegal, Gambia, dove è usato sia per accompagnare la danza sia per molti riti, tra i quali quelli per la circoncisione e per propiziare la fecondità dei campi. La pronuncia corrente per questo tamburo, e utilizzata dai linguisti, è jembè.

I percussionisti africani, contrariamente a quelli occidentali che hanno una lunga tradizione musicale scritta, usano tradizionalmente il “linguaggio tamburinato” , tramandato oralmente di generazione in generazione calcando le inflessioni della lingua parlata, che resta la fonte più importante e usata. […]

Nella forma musicale i canti assumono un valore onomatopeico che viene spesso imitato sul tamburo con battiti precisi, che corrispondono a suoni distinti. Questo metodo fonetico favorisce il canto e i ritmi, e facilita molto l’apprendimento mnemonico dei vari brani. Ogni suono è rappresentato da una corrispondenza sillabica.

La musica strumentale è generalmente eseguita dagli uomini e quella vocale dalle donne. I suonatori di djembè, detti djembèfola, sono chiamati “gli uomini forti” nel senso più virile del termine, perché ad essi viene richiesta una particolare forza fisica e un carisma molto particolare per guidare, in ritmi travolgenti, la danza con i loro strumenti dalle sonorità squillanti.

Il djembè è ricavato da un unico blocco di legno svuotato e scolpito a forma di calice. I legni più usati, scelti in base alla loro densità, sonorità e durezza sono in ordine di qualità: worojiri, una specie di noce, di color rosso o bianco, il lenke, un legno dal colore marrone – rossastro molto duro e resistente ma al tempo stesso abbastanza leggero, il dagora, lo nkoni e il jala. Le dimensioni vanno generalmente da 50 a 60 cm. per l’altezza e da 30 a 35 cm. per il diametro, ma in Costa d’Avorio e nel Burkina alcuni djembè hanno un diametro maggiore.

A seconda delle regioni di fabbricazione e degli intagliatori, si trovano 3 principali forme di djembè:

- a base allungata con la circonferenza superiore del fusto ben arrotondata, a forma di coppa;

- a forma di grande calice di diametro maggiore rispetto alla base;

- a fusto lungo e stretto.

L’apertura superiore del fusto in origine veniva ricoperta da una pelle di antilope cucita e tesa con l’aiuto di sottili strisce di cuoio intrecciate o con corde di budello di mucca, tramite 3 cerchi metallici (uno serviva per arrotolare la pelle, un altro fungeva da controcerchio e un terzo era inserito a metà fusto quale base per tendere le pelli). Oggi viene usata pelle di capra, tesa mediante un sistema intrecciato di corde di nylon. In Africa si usa ottenere la giusta intonazione della membrana, esponendola al calore di un fuoco di legna o di cartone.

Vicino al bordo superiore, sul davanti e ai lati, vengono solitamente sistemate due o tre lamine di metallo leggero, chiamate sé sé, (o sekeseke o oreilles o kessing kessing), ricavate da lamiera o da scatole di conserve alimentari. Sono diverse per forme, taglio o dimensioni, leggermente arrotondate all’estremità superiore; ai bordi hanno dei piccoli foranei quali sono infilati anellini di due cm. di diametro ca. e possono anche essere guarnite con campanellini o sonagli che entrano in vibrazione quando lo strumento è percosso o colpiti direttamente con la mano. Il tintinnio metallico chiaro degli anelli serve a dar maggior colore e risonanza al timbro secco e profondo della membrana, ad abbellire la voce del tamburo.

Il djembè viene suonato esclusivamente con le mani, mediante una tecnica molto difficile che le mette a dura prova, in quanto vengono impiegate le punte delle dita e l’intera mano con le dita leggermente aperte. Con le punta delle dita si ottengono suoni acuti, con le sole dita si ricavano sia i suoni aperti (lasciando vibrare la pelle) sia quelli smorzati (bloccando la pelle), mentre il palmo della mano serve per le sonorità più gravi.

E’ uno strumento molto difficile da suonare per il linguaggio ben definito che si trasmette solo oralmente: il djembèfola deve guidare col suo strumento il ritmo degli altri esecutori, annunciando solitamente l’inizio delle danze con il cosiddetto “appello”, costituito da una breve frase che coordina l’accompagnamento e l’arresto di tutto l’ensemble. Inoltre gli assoli di danza vengono accompagnati dal solo djembè.

Le danze tradizionali, tramandate di generazione in generazione e che costituiscono la maggior parte del patrimonio artistico e culturale africano ancora vivo, possono essere classificate in 3 categorie ben distinte:

-         danze rituali con riferimenti religiosi o magici (sono riservate solamente agli iniziati);

-         danze di casta (si svolgono durante i festeggiamenti popolari)

-         danze profane (esprimono i vari stati d’animo e ogni occasione è buona per ballarle).

 

In gruppo il djembè viene suonato da più percussionisti con un solista, e da suonatori di dunun. Il ritmo è generalmente composto da una sovrapposizione di differenti cellule ritmiche che generano una poliritmia ricca e variata. Nella tradizione africana a introdurre la musica sono i canti che, a seconda dell’etnia, possono distinguersi in canti di lode (con accompagnamento di corde e percussioni), canti di danza (al ritmo dei tamburi) e canti recitativi (accompagnati soprattutto dalle corde).[i]

 

Babatunde Olatunji è stato l’esponente più importante della cultura africana e ha creato il famoso metodo Gun – Dun, Go – Do, Pa – Ta per l’apprendimento dello djembè e applicabile ad altri strumenti a percussione. Babatunde sottolinea più volte: “If you can sing it, you can play it” e proprio per questo traduce in sillabe i suoni dello djembè:

-         Gun: il suono dal tono basso prodotto con il palmo della mano che percuote il centro della pelle;

-         Go, Do, ossia i suoni più puri dello strumento ottenuti percuotendo la zona tra il centor ed il bordo della pelle con le dita escludendo la metà inferiore del palmo della mano ed il pollice;

-         Pa, Ta, i suoni ottenuti percuotendo la stessa zona della pelle che dà origine ai Go, Do ma con la mano leggermente inclinata per produrre un timbro più nitido. Questo è il suono più difficile da ottenere.

Nel DVD “African Drumming”, Babatunde esplica il suo metodo di apprendimento con dei semplici pattern ritmici riportati qui di seguito:

Babatunde

Oggi lo djembè è divenuto uno strumento utilizzato anche in altri stili e repertori musicali e parte integrante di set multipercussionistici. Dave Weckl, miglior batterista al mondo, ha inserito un djembè nel proprio set batteristico e Nebojša Jovan Živković, compositore e famoso multipercussionista in tutto il mondo, ha scritto un brano solistico, con reminiscenze  africane e balcaniche, per djembè e voce. Se ne pubblica nella pagina seguente un breve frammento.

 

[i] Cfr. G. Facchin, Le Percussioni, op. cit. , p. 426..429